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Dalla teoria alla pratica Guarda il video del Progetto parte 1 (7 minuti) parte 2 (4 minuti)
E’ difficile per chi non è stato lì e non ha toccato con mano la vera realtà africana spiegarla, quella della fame e della sete, quella che muore di AIDS, quella che vive nelle baracche e aspetta che il giorno passi come se non avesse un'altra scelta. Grazie a questa esperienza offerta alla nostra scuola dal MAIS, abbiamo potuto capire la vera realtà Sud Africana che spesso non viene descritta nella sua integrità. E’ difficile capire anche come la disparità prosperi e caratterizzi questo industrializzato Paese africano. E quando parlo di disparità non mi riferisco all’apartheid e alla storia che ha caratterizzato il fine secolo di questo paese ma mi riferisco ai quartieri e alle case più prospere che spesso spuntano a Johannesburg comparate con township poco distanti, vere e proprie baraccopoli, grandi agglomerati urbani come un piccolo quartiere periferico, dove vive la gente in condizioni disumane, in situazioni igieniche intollerabili (si parla di 1-2 bagni per 500 persone) con altissima criminalità ma soprattutto tanta…troppa povertà. Ecco perché disparità: non esiste una via di mezzo tra il ricco ed il povero e la situazione sta peggiorando di generazione in generazione; l’unica arma contro questo enorme problema è l’ istruzione che deve essere indirizzata al fine di creare un clima di collaborazione tra tutte le etnie. E’ importante sottolineare che, alla fine dell’ apartheid, solo i neri poco istruiti hanno preso il controllo delle maggiori istituzioni statali, ma a queste persone manca spesso la cultura politica, un fattore determinate nella conduzione di uno stato democratico e per la formazione di leggi utili nel sociale. Per esempio sulla politica del lavoro, il quale per legge, prima deve essere affidato alla donna nera poi all’uomo nero, poi ai mulatti e poi a i bianchi (i quali infatti, pur avendo grosse specializzazioni e grande attitudini al mestiere, vengono surclassati da persone meno istruite). Ma il Sud Africa non presenta solo difetti; penso che la cosa che ci ha più colpito sia la gioia e la voglia di vivere anche nelle condizioni più estreme e una grande voglia di fare, soprattutto nelle donne, che fanno di loro una figura fondamentale nella famiglia sud africana. Assieme ad una popolazione di un villaggio rurale (case di fango e lamiere, le più belle, senza fondamenta e composte di grossolani mattoni e calce) abbiamo realizzato un campo orticolo, un frutteto e un vigneto ma, soprattutto, la cosa più importante, abbiamo aiutato e istruito la popolazione locale che, grazie a questa esperienza, avrà la possibilità di condurre un orto e realizzarne sempre di altri più grandi e produttivi per sfamare le loro famiglie ed i loro bambini che, invece di lavorare e pascolare i bovini, dovrebbero andare a scuola anche se distante e difficile da raggiungere, dove imparare a lavorare nella società futura e a relazionarsi con i compagni. Il lavoro è stato duro per tutti e il sole non ha risparmiato nessuno; ogni giorno la sveglia era alle ore 4:00 del mattino e l’ appuntamento con la macchina era alle ore 5:00. Dopo di che si affrontava un viaggio di 1ora e mezza per arrivare a Mmaukanyane, un villaggio rurale nei pressi di Pretoria, ma con la grande forza di squadra di noi ragazzi e i nostri docenti insieme alle donne locali, siamo riusciti a completare un piccolo appezzamento in soli 4 giorni lasciando una speranza e del lavoro a chi non ne aveva prima. Anche il frutteto è stato impiantato con diligenza ed una seria progettazione fondata sullo studio e sull’approfondimento di colture esotiche come mango e avocado e l’ applicazione di fondamenti teorici su albicocco, pesco e susino. Sin dal primo giorno si respirava un’aria di collaborazione di tutti anche se il lavoro non era per niente semplice, basti pensare alla scarsezza delle precipitazioni e alla compattezza del terreno (lavorato più volte a mano in presenza di sassi più o meno grossi) o alla vera e propria contaminazione sul campo di vetri, bottiglie di plastica e lattine che sono state rimosse con grande attenzione. Il passo successivo è stato quello di vangare il campo ad una relativa profondità per renderlo poi piano con l’ aiuto dei rastrelli: inutile dire che questo energico lavoro veniva svolto a mano per tutta la lunghezza del campo mentre, in un'altra zona, c’ era chi preparava le buche per accogliere le piante da frutto, il tutto seguendo un sesto di impianto definito dal docente tecnico studiato anche per le specifiche esigenze. In seguito abbiamo cominciato la sistemazione dei pali secondo il perimetro del campo. I pali erano stati tagliati a mano precedentemente; per ogni palo occorreva una buca profonda almeno un metro, un metro e venti, anche esse realizzate a mano con gran dispendio di tempo ed energie. Questi sostegni servivano poi per tendere un telo di plastica a maglie larghe che ombreggerà le piante favorendone la crescita in un clima così arido. Intanto il terreno da coltivare aveva subito una seconda zappatura che lo avrebbe reso più morbido e adatto alle culture che avremmo successivamente inserito. Il quarto giorno è stato il più duro, abbiamo cominciato con la copertura di una porzione di campo e l’abbiamo fissata con il fil di ferro e i chiodi ai sostegni precedentemente piantati; contemporaneamente una seconda squadra di persone ha lavorato nel frutteto e, con il sostegno dei ragazzi presenti ha piantato gli alberi da frutto concimandoli che li aiuterà nella loro crescita. Il lavoro successivo è stato quello di piantare gli ortaggi praticando prima dei solchi con la vanga e, successivamente, realizzando buche per gli ortaggi alle distanze riferite alle culture applicate. Gli ortaggi utilizzati sono stati la lattuga ,i cavoli ,la barbabietola rossa,la cipolla bianca,il pisello e il pomodoro, mostrando anche le tecniche di sostegno più pratiche per gli ortaggi che richiedono. Intanto in una zona tra frutteto e orto una terza squadra vangava il campo in profondità per un breve tratto. Questo lavoro è stato effettuato per permettere l’istallazione di un piccolo filare di vite: prima si sono sistemati i pali a debita distanza, poi è stato fatto scorrere il fil di ferro a due misure per permettere il buon sostegno delle future piante di vite che, come ultimo lavoro prima di andar via, abbiamo sistemato in terra pronte per sostenere un buon allevamento. E’ stato molto bello quando la popolazione locale si è riunita tra noi e attraverso un interprete locale ci ha comunicato la sua gioia per questa esperienza e per aver sostenuto la loro causa di affamati, assicurandoci che, questo orto verrà accudito con tenacia perché rappresenta una reale speranza per le loro famiglie e per i bambini e, contemporaneamente, rappresenta anche l’ impegno e lo sforzo che ci abbiamo messo per costruirlo pur appartenendo a culture diverse anche se lavorando senza capirci , ma con l’ impegno di una grande squadra sociale che rimarrà viva con questo campo. Lasciando un pezzo del nostro cuore in quel piccolo appezzamento a Mmaukanyane, in quel paese cosi bello come il Sud Africa, facciamo ritorno alle nostre case, tornando alla routine, consapevoli questa volta di essere fortunati ad abitare nella parte del mondo dove non si soffre fame e sete, dove tutti devono essere considerati esseri umani e le distinzioni non esistono e avendo compreso che gli sprechi e le ingiustizie sociali non gravano solo su chi è colpito ma ricadono su tutta la società e per tanto devono essere annientati con l’ istruzione e la solidarietà umana. Adriano Protopapa, Giulia Dara, Fabio Di Loreto, Roberto Paolo Silvestri Guarda il video del Progetto parte 1 (7 minuti) parte 2 (4 minuti)
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